(articolo pubblicato su Corriere della Alpi. Autrice Paola Dall’Anese)
Se fino a vent’anni fa avere un lavoro era sinonimo di vita dignitosa, con il salario che ti permetteva di avere l’auto, una casa, una famiglia ed era un modo riconosciuto per fuggire la povertà, oggi molte persone, pur lavorando, sono povere. Stiamo parlando di persone che, pur avendo un lavoro, portano a casa un salario di appena mille euro per giungere a un reddito annuo al di sotto dei 15 mila euro. Una somma che oggi non permette di arrivare alla fine del mese: gli aumenti della spesa alimentare, delle bollette e dei costi per la ca sa (affitto o mutuo e spese condominiali), infatti, impongono salari che superano i 1.500 euro netti al me se.
La situazione è molto critica e anche in un territorio come quello bellunese – dove insistono imprese importanti che assicurano lavoro alla maggior parte dei residenti e non solo e dove il tasso di disoccupazione è tra i più bassi del Veneto – alla fine la povertà è una realtà. Una realtà che spesso viene coperta dalla vergogna delle persone che preferiscono rinunciare a curarsi, a mangia re o cercare dei prestiti da società finanziarie, piuttosto che chiedere aiuto a parenti o anche alle strutture sociali comunali deputate a questo scopo.
I DATI PROVINCIALI
Nel Bellunese, in base ai dati Istat elaborati da Adico relativi alle dichiarazioni 2024 su redditi 2023, emerge un elemento inquietante: un lavoratore su tre – vale a dire oltre 46 mila persone – vive con redditi da fame. Guardando i vari comuni, la situazione limite è a Zoppé di Cadore: qui, il 59% dei residenti ha un reddito annuo che a riva appena a 6 mila euro, il che significa meno di 400 euro al mese di salario.
Il fenomeno si verifica quando una persona occupata guadagna talmente poco da non riuscire a soddisfare i propri bisogni primari. Il lavoro povero è causato da una combina zione di fattori quali salari bassi, contratti precari, part-time involontari, stagionalità lavorativa e insufficienti ore di lavoro, con categorie più colpite come giovani, donne e migranti.
I giovani spesso occupano posizioni precarie e mal pagate con contratti a tempo determinato o stagionali. Le donne, d’altro canto, restano ancora le più esposte al la voro part-time non volontario e a contratti meno stabili, mentre i migranti spesso si trovano in condizioni di maggiore vulnerabilità. Infine, anche operai e lavorato ri di settori specifici – in particolare nel settore dei servi zi alla persona e dell’industria manifatturiera – sono costretti a paghe orarie basse. E tutto questo non fa che aumentare la povertà lavorativa che colpisce le fami glie.
ADICO: «SITUAZIONE DRAMMATICA» La situazione con gli anni si sta aggravando: «Abbiamo notato tante persone che hanno iniziato a rinunciare ad alcune cose», sottolinea Carlo Garofolini, presidente dell’Adico – «prima di tutto a quello che reputano meno importante come le cure mediche, il dentista o la stessa prevenzione, ma in alcuni casi anche al cibo, riducendo la quantità di prodotti nel carrello e andando alla ricerca dei prodotti in offerta, cambiando così anche le abitudini alimentari». Il presidente di Adico evidenzia: «Anche se non ce ne accorgiamo, la maggior parte di noi ha cambiato i suoi pasti, mettendo sul piatto quello che costa meno, rinunciando spesso alla qualità per il prezzo. E questo non fa bene alla salute».
Poi da Adico arrivo un appello alle istituzioni: «Le persone in difficoltà non vanno umiliate, vanno aiutate e non certo dando loro la social card o cose simili. Quello che serve sono salari consoni al costo della vita. Ricordiamoci che in tutta Europa soltanto l’Italia in questi ultimi 20 anni non solo non ha aumentato gli stipendi dei suoi lavoratori, ma con gli incrementi del costo della vita, ha visto di minuire il loro potere d’acquisto”