Pesanti offese via social, chiesti 11 mila euro di risarcimento a due mestrini. Interviene Adico: “Casi identici nel giro di poche settimane, queste domande di indennizzo ci lasciano perplessi”

Mestre. Omonimia? raggiro? Clonazione del profilo social? Accesso abusivo di soggetti terzi? Sono queste le domande che sorgono spontaneamente a fronte di due vicende pressoché identiche approdate all’Adico nel giro di poche settimane l’una dall’altra. Oggetto del problema, diffamazione tramite social network di cui sarebbero accusati i due cittadini mestrini che hanno chiesto assistenza alla nostra associazione. Stiamo parlando di due persone che non si conoscono fra loro ma che appunto sono involontariamente legate dalla medesima disavventura maturata attraverso una diffida proveniente dallo stesso studio legale noto fra l’altro a livello nazionale proprio per difendere i “vip” nei casi di diffamazione.

In entrambi i fatti le vittime delle offese sarebbero due influencer, non particolarmente conosciute, che denunciano di essere state apostrofate in modo violento e volgare (con parole che evitiamo di riportare) dai due neosoci Adico i quali, naturalmente, negano di aver scritto quelle ingiurie e oltretutto riferiscono di non conoscere minimamente le due donne in questione.

Eppure in entrambe le diffide per diffamazione aggravata ricevute dai due mestrini, le accuse sono circostanziate, nel senso che riportano le frasi foriere del casus belli, lo screenshot dei commenti offensivi apparsi nei rispettivi profili Istagram e addirittura il report investigativo attraverso il quale si sarebbe giunti all’individuazione dei presunti colpevoli. Le due lettere, al di là delle diverse espressioni utilizzate dagli hater, sono pressoché uguali e ricordano come il diritto di critica e di libertà di pensiero siano sempre ammessi, anche dalla stessa Costituzione, a meno che non si “valichi i confini della critica per varcare quelli della diffamazione”. Insomma, diritto di critica sì, diritto di insulto, no.

Ovviamente entrambe le diffide – una inviata via Pec l’altra tramite raccomandata semplice – mirano a un preciso obiettivo: il risarcimento. In un caso parliamo di 5 mila euro, nell’altro, di 6 mila. Non certo bruscolini.

In tutto ciò, però, il problema è che i due soci Adico negano senza se e senza me di essere gli autori delle offese. Negano di conoscere le “influencer” vittime degli improperi e negano di aver mai offeso qualcuno sui social. Infatti in uno dei due casi (per l’altro, più recente, si agirà fra poco) l’ufficio legale di Adico ha inviato una contro-diffida nella quale si evidenzia la totale estraneità dell’accusato ai fatti contestati (e alla quale, finora, non è giunta risposta).

“Nella nostra comunicazione inviata allo studio legale in questione – spiega Carlo Garofolini, presidente di Adico – sottolineiamo come il nostro assistito neghi in modo assoluto e categorico l’addebito che gli viene mosso e respinga integralmente tutte le accuse. Naturalmente, prima di chiarire la cosa, non possiamo escludere che questa vicenda sia riconducibile a un caso di omonimia, o a una clonazione del profilo social o a un accesso abusivo da parte di terzi, fenomeni purtroppo noti e frequenti sulle piattaforme social. In ogni caso noi crediamo nella totale buona fede dei due mestrini che si sono rivolti a noi nel giro di qualche settimana anche perché escludiamo che avrebbero chiesto assistenza se avessero delle colpe e ciò lo dimostra anche la sostanziale tranquillità, seppure unita stupore, con cui entrambi si sono presentati ai nostri uffici. Rileviamo altresì, come si evince da una facile ricerca su internet, che le richieste di risarcimenti per diffamazione da parte di Vip, veri o autoproclamatosi tali, stanno crescendo in modo esponenziale. Di certo questo è legato al fenomeno dei social che negli ultimi anni hanno preso il sopravvento assieme a influencer ed haters. Ma forse qualcuna della presunte vittime ha più che altro desiderio di fare soldi facili, almeno questa è il timore se davvero, come pare, queste domande risarcitorie sono ormai all’ordine del giorno“.

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